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domenica 26 ottobre 2014

RIFORMA E CONTRORIFORMA: IL SENSO DELLA TESTIMONIANZA CRISTIANA OGGI

E' da una settimana che sto riflettendo sul senso della nostra testimonianza evangelica e protestante in Italia: viviamo in mondo complesso e variegato in cui spesso le parole pronunciate da un papa, da un vescovo o da un pastore sono le stesse. Incontri le persone per strada cercando di parlare di Gesù e trovi rispondono: ma io credo in Gesù e sono cattolico ed i contenuti della loro fede sono genuini ed autentici. Il cattolicesimo sta imparando ad usare un linguaggio evangelico e moderno, usando sempre in maniera più diffusa la Bibbia applicandola ad ogni aspetto della fede e della vita mentre le chiese evangeliche spesso non sanno cambiare il loro linguaggio, la Bibbia viene usata in modo incomprensibile (forse manca anche una comprensione da parte di tanti credenti che sono ancorati a espressioni e tradizioni del passato senza un approfondimento sul messaggio di Cristo in un mondo che cambia). Ma non è solo una questione di linguaggio: spesso incontro credenti cattolici entusiasti della loro fede, disposti a donare la loro vita per Gesù, impegnati nelle loro comunità e nello stesso tempo incontro credenti evangelici che hanno perso l'entusiasmo della loro propria fede, perfettamente integrati in una società consumista. Allora la differenza tra essere cattolici e essere evangelici si assottiglia estremamente e questo è ancora maggiormente evidente nel movimento carismatico dove spesso il senso di appartenenza religiosa viene diluito da forme di preghiera, canti, modi di predicare la Bibbia simili: si ha l’impressione che essere cattolici o evangelici sia ininfluente, si invoca lo stesso spirito con le stesse manifestazioni. Le comunità evangeliche fanno spesso difficoltà a testimoniare la specificità del loro messaggio in questa società religiosa così omologata, a volte si ha l'impressione che la stessa esistenza di una comunità evangelica abbia solo senso perché si raccoglie intorno ad una figura carismatica, per cui esistono mille frammentazioni di piccoli o grandi gruppi. In questa situazione mi sono interrogato sulla mia fede, perché mi considero evangelico e protestante? Che senso ha la mia testimonianza in questo mondo? Ci sono alcune cose che ritengo fondamentali del mio essere cristiano evangelico: la Bibbia per me non è solo un libro antico che possa essere strumentalizzato da una Chiesa o da me stesso per provare le mie idee e cercare di rispondere alle mie aspettative, ma è una Parola che mi interroga e che spesso mette in crisi proprio la mia concezione di Dio, le mie idee di cosa sia giusto e sbagliato, il mio senso di giustizia o perfezione. La Bibbia è il libro che mi indica la strada di uomini come me con i loro successi e fallimenti ed è quel libro mi testimonia la grandezza della grazia di Dio ed i principi della mia etica. Ritengo che questa espressione SOLA SCRIPTURA, uno dei principi fondanti della Riforma protestante, abbia senso ancora oggi in questa società in cui c’è sempre qualcuno che ti dice cosa fare e dove andare. La libertà di credere che Dio possa prendersi cura di me, nonostante i miei continui fallimenti, la libertà di credere che Dio mi sia venuto incontro attraverso Gesù con una parola di salvezza e non di condanna, la libertà di credere che non sia necessario compiere riti particolari per essere certo della sua presenza accanto a me e tanto meno dell’intercessione di qualcuno più santo di me, anzi la libertà dalla necessità di essere santo per ricevere benedizione da Dio, la libertà di pregare Dio pur essendo consapevole di essere sempre in difetto ma nello stesso tempo la libertà di cambiare atteggiamenti della mia vita che ritengo non corretti, senza essere oppresso da sensi di colpa: queste espressioni SOLUS CHRISTUS, SOLA GRATIA, SOLA FIDE sono fondamenti del mio modo di essere cristiano evangelico. Ma poi ancora, la libertà di appartenere ad una comunità per condividere la stessa esperienza di ricerca e di fede, una comunità in cui non ci siano autorità infallibili ma esseri umani che si lasciano interrogare dalla Parola di Dio e pregano insieme, in cui si pratica seriamente il SACERDOZIO UNIVERSALE DEI CREDENTI, queste rende il mio modo di essere credente evangelico. Faccio certo parte di una Chiesa di minoranza, spesso schiacciata da voci più forti di me, ma non è questo che è il senso della nostra vita? Seguire le masse o essere coerenti fino in fondo alle cose in cui crediamo? 

domenica 4 maggio 2014

CONDIVIDERE AMORE


C'era una volta un uomo povero, povero, poverissimo...così povero che all'ultimo giorno dell'anno, quando si reca in cucina, non vi trova più nulla da mangiare: non una briciola di pane, non una carota, né una patata, non della pasta, né dei fagioli. Niente. Niente. Proprio niente.
Tuttavia, a forza di cercare, finisce per trovare, incastrato nella fessura di un cassetto, un chicco di riso, un unico chicco di riso, "Un chicco di riso, è meglio che niente. Lo farò cuocere per passare il tempo, poi lo succhierò lentamente".
Ma per fare cuocere il chicco di riso, ha bisogno di una casseruola. Non ne ha più, dal momento che ha dovuto vendersi tutta la batteria di cucina. Si reca dunque da un vicino.
-                     Ho del riso da far cuocere per stasera, mi puoi imprestare una casseruola?
-                     Quale vuoi? La piccola o la grande?
-             La grande. Mi hanno detto che per fare cuocere il riso affinché non si appiccichi bisogna farlo cuocere in tanta acqua.
-                     Va bene, ti impresto la casseruola, ma vengo a cenare da te.
-                     D'accordo. Quando ce n'è per uno, ce n'è anche per due!
A quell'epoca non c'era acqua corrente in casa. La fontana era lontana, l'inverno gelido, il nostro poveretto era pieno di reumatismi. Egli va dunque dalla vicina:
-                     Stasera mangio del riso, con il vicino. Puoi darmi un po' di acqua per farlo cuocere?
-                     Ti do dell'acqua, ma, sai, al giorno d'oggi non si ha niente per niente. Vengo anch'io a mangiare il riso con voi.
-                     D’accordo. Quando ce n'è per uno, ce n'è per due; quando ce n'è per due, ce n'è per tre.
Poi ha bisogno di un po' di legna, della carta e dei fiammiferi per accendere il fuoco. Si reca dunque da Pietro, da Giacomo, da Michele, Uno gli dà la legna, l'altro la earta3 il terzo i fiammiferi, ma ognuno a sua volta si invita. Non rimane più che da far cuocere il chicco di riso.
Ma un chicco di riso da dividere in sei! Ed allora comincia   a preoccuparsi, "Oh ma mi viene un'idea!" e subito va da un contadino,
-                  Buongiorno! Stasera siamo sei a mangiare del riso. Ci saranno Pietro, Giacomo, Michele, il vicino e la vicina, ed io. Abbiamo pensato che se tu venissi a mangiare con noi, tu che sei tutto solo, sarebbe bello. Certamente siamo dei poveretti, abbiamo soltanto del riso secco, non abbiamo una gallina da mangiarci assieme. Ma comunque sarai sempre il benvenuto.
-                   Ma credi che io venga a mani vuote per l'ultimo giorno dell'anno? Vengo a mangiare il vostro riso, ma vi do una delle mie galline. Tieni... prendi quella.
Ritornando a casa il nostro poveretto si mette a piangere: "Una gallina per sette persone, va già meglio che un chicco di riso per sei. Ma che stupido sono stato. Invece di parlargli di una gallina, avrei dovuto parlargli di un tacchino...Oh! Ma lasciami riflettere. Presto, presto corre da una vecchia che alleva tacchini.
-                  Stasera, siamo sette a mangiare una gallina al riso. Ci saranno Pietro, Giacomo. Michele, il vicino, la vicina, il contadino ed io stesso.  Abbiamo  pensato  che  da   sola  ti   devi   annoiare. Certamente una gallina sola per otto persone, non è molto, ma sai com'è, abbiamo quello che abbiamo...
-                  Ebbene, io porterò un tacchino. Dal tempo che vendo tacchini senza neanche conoscerne il gusto! Sempre sola non posso mica farmi cuocere un tacchino. Tieni sceglitelo tu stesso.
Vedendo che funzionava, il nostro poveretto allora va ad invitare il salumaio, il giardiniere, il pasticcere, il commerciante di vino.
E la sera qual magnifico banchetto: un ricco ragù, vino a volontà, pasticcini, frutta....
Ma nel bel mezzo del pasto, uno dei quindici invitati si esclama:
-                     Ehi, di un po', stamattina ci hai invitati a mangiare del riso, dove è?
-                     Il riso! Ah! ho dimenticato di metterlo in pentola . Ma, non avete perso nulla.
Dicendo questo, va a prendere il chicco di riso, lo fa vedere e racconta tutta la storia.

Condividere insieme il poco o tanto che si possiede produce vera felicità ed amore.

giovedì 24 aprile 2014

FEDE E SPIRITUALITA' IN LIBERTA': LE NOTTI DEI DISCEPOLI ALLA MORTE DI GESU' - LE NO...

FEDE E SPIRITUALITA' IN LIBERTA': LE NOTTI DEI DISCEPOLI ALLA MORTE DI GESU' - LE NO...: Giovanni 20 1   Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pi...

LE NOTTI DEI DISCEPOLI ALLA MORTE DI GESU' - LE NOTTI DELLA VITA

Giovanni 20
1  Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro.
2  Allora corse verso Simon Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava e disse loro: "Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo".
3  Pietro e l'altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro.
4  I due correvano assieme, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro;
5  e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò.
6  Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra,
7  e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte.
8  Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette.
9  Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.
10  I discepoli dunque se ne tornarono a casa.
11  Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro,
12  ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l'altro ai piedi, lì dov'era stato il corpo di Gesù.
13  Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?" Ella rispose loro: "Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l'abbiano deposto".
14  Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù.
15  Gesù le disse: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?" Ella, pensando che fosse l'ortolano, gli disse: "Signore, se tu l'hai portato via, dimmi dove l'hai deposto, e io lo prenderò".
16  Gesù le disse: "Maria!" Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: "Rabbunì!" che vuol
dire: "Maestro!"
17  Gesù le disse: "Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli, e di' loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro"".
18  Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.
 19  La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: "Pace a voi!"
20  E, detto questo, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono.
21  Allora Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi".
22  Detto questo, soffiò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo.
23  A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti".
24  Or Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù.
25  Gli altri discepoli dunque gli dissero: "Abbiamo visto il Signore!" Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò".
 26  Otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro, e disse: "Pace a voi!"
27  Poi disse a Tommaso: "Porgi qua il dito e vedi le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente".
28  Tommaso gli rispose: "Signor mio e Dio mio!"
29  Gesù gli disse: "Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!"
30  Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro;
31  ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Gesù ormai era stato sepolto dopo un periodo di alcuni giorni frenetici e tragici, in cui tutte le aspettative e le speranze vengono meno. In poco tempo si è passato da una entrata trionfale a Gerusalemme alla morte infame sulla croce. La sepoltura di Gesù sembra chiudere un ciclo. “Ora che ne sarà di noi?” Potrebbe essere stato questo il pensiero dei discepoli.
Gesù era stato seppellito la sera ed il giorno dopo tutta la città festeggiava la Pasqua ebraica: anche i discepoli di Gesù si saranno ritrovati al tempio e nelle loro case, con tutta la loro amarezza e delusione. Mangiare le erbe amare, mangiare l’agnello, ricordare la liberazione dall'Egitto…. tutti rituali che sembrano senza senso alla luce della loro esperienza personale: dov'è ora questo Dio, perché non ha liberato Gesù e non ha risposto alle preghiere del suo popolo? Perché dobbiamo ancora soffrire? Perché Gesù si è lasciato uccidere? Perché non siamo stati capaci di reagire e fare qualcosa?  Credo che questa prima notte in attesa della Pasqua ebraica fosse anche una notte di tormento.
Ci sono momenti in cui non si riesce a dormire pensando alla tragicità di certi avvenimenti ed alle delusioni rispetto alle proprie aspettative: il ricordo dei momenti piacevoli trascorsi con Gesù, delle sue parole che scaldavano il cuore ed aprivano alla fiducia, dei momenti in cui si scorgeva un Dio operare attraverso miracoli erano ancora vivi, ma ora Gesù era morto.
Deve essere stata una notte insonne per i discepoli smarriti, ora dovevano riorganizzare la propria vita, tornare alle proprie famiglie, tornare a lavorare e sperare in un altro messia….
Il primo giorno della settimana i suoi amici vanno ad onorare un morto ma trovano un cadavere che non c’è più:  Giovanni ci fa notare che i due discepoli credettero vedendo i panni piegati. Credere in qualcosa che si spinge al di là del loro modo di pensare non deve essere semplice e chissà se sia veramente accaduto così, cioè Pietro e l’altro discepolo avranno creduto, ma chissà se è stato così immediato come raccontano i Vangeli o se ci sia voluto del tempo …. non si potrebbe comprendere perché alle donne viene dato il compito di annunciare la resurrezione di Cristo ….
Già, delle donne, proprio loro le più inascoltate nella società del loro tempo ma scelte per essere le prime testimoni, proprio perché spesso gli uomini costruiscono e disfano, progettano e cambiano progetti, spesso dimenticano per ricominciare da un’altra parte ma le donne conservano dentro di sé ricordi, sentimenti, speranze….
Perché i discepoli non avevano capito prima? Perché la resurrezione finale dei morti era ancora qualcosa di misterioso e dibattuto nell'ambito ebraico.
Passano altre notti per i discepoli, notti in cui si erano chiusi in casa domandandosi cosa fare, notti di paura, notti in cui discutevano sul racconto delle donne e su quello che avevano visto nella tomba, notti in cui chiedersi se le apparizioni di Gesù erano reali o erano fantasmi e sogni.
Dopo le notti della disperazione e delle domande, ora le notti dei dubbi ed ancora altre domande.
Notti in cui insieme ci si ritrova a parlare ed in cui è difficile convincersi, notti ancora una volta insonni per la gioia o per la paura di essersi ancora una volta illusi. Sì, proprio così: lasciarsi ancora una volta andare e poi cadere di nuovo, era questo il rischio che non si voleva affrontare.
Le richieste di Tommaso di vedere e toccare erano esplicite e legittime, ma anche gli altri discepoli pur non avendolo espresso con parole, nei fatti dimostrano la difficoltà di credere. Lo stesso Pietro continua il suo lavoro di pescatore, come gli altri discepoli, lasciandosi alle spalle le esperienze.
Fino alla fine è stato difficile credere che anche la morte era stata sconfitta, che il potere del male che aveva avvolto anche i discepoli fosse stato vinto, che ci potesse essere un riscatto ed un nuovo inizio ma non con un nuovo messia, ma con lo stesso Gesù che era stato con loro.

L’esperienza dei discepoli sono simili alle nostre stesse esperienza: momenti in cui la morte ci passa accanto, momenti in cui la nostra fede vacilla, momenti di delusioni ed amarezze. Talvolta ripetiamo anche noi: da bambino, da ragazzo andavo in Chiesa e forse ci credevo, ma poi la vita con le sue amarezze e delusioni ha scoraggiato la mia fede. Quante volte forse abbiamo passato delle notti chiedendoci dov'è Dio, perché non interviene per poi lasciarci abbattere e sconfiggere dalle situazioni.
Queste sono le notti della disperazione e delle domande senza risposta, dove Dio sembra non esserci….
E poi ancora in altri momenti, come è possibile credere che il male possa essere vinto, quando vediamo intorno a noi il suo potere che paralizza e distrugge esistenze umane? Si parla tanto di resurrezione e di un Dio che sconfigge la morte ed il male, ma il male non sembra essere realmente sconfitto e la morte fa sempre paura.
Queste sono le notti del dubbio e di altre domande senza risposta, il messaggio della religione è solo teoria.

La testimonianza della morte e resurrezione di Gesù sono l’annuncio di un Dio che non rimane impassibile nel cielo, ma decide di camminare in mezzo agli uomini e donne, provare le stesse esperienze di sofferenza, dubbi e morte e nello stesso tempo è anche l’annuncio di una speranza: la disperazione può lasciare spazio vita.
Ma questa speranza può realmente trasformarci solo se decidiamo di guardare alla resurrezione di Gesù non come un avvenimento celebrativo, ma come l’inizio di una nuova vita che ci veda coinvolti e non spettatori passivi.
Gesù è apparso ai suoi discepoli pieni di dubbi, paure, incertezze, amarezze, sensi di colpa, delusioni e dona a loro lo Spirito che rinnova la speranza: pace a voi, il saluto non è solamente un modo di dire, ma ripete la stessa promessa già data a loro prima della passione “vi lascio la mia pace, vi do la pace”
Pace, Shalom nel senso di benedizione da parte di Dio che riguarda tutta la mia vita e non è una benedizione forzata, nel senso di un successo ottenuto con la forza, a danno di altri.
Pace, un dono di Dio come la resurrezione è segno della potenza di Dio che sconfigge le pretese umane. Il male e la morte possono essere sconfitti, perché Dio stesso lo ha fatto.
Con la resurrezione di Gesù vengono create le premesse per un nuovo inizio, il Regno di Dio può veramente cominciare a manifestarsi attraverso l’accoglienza, il perdono, l’amore ma anche dell’impegno e della condanna contro ogni modello che distrugge ogni speranza, contro ogni ingiustizia.

Tutti questi sono segni della sua presenza ancora oggi, nonostante le situazioni di male e morte che vediamo intorno a noi ogni giorno, egli soffia ancora il suo Spirito su uomini e donne con coraggio, fede e disponibilità all'ascolto della sua Parola, si impegnano insieme, l’uno per l’altro, nella testimonianza e nella lotta per cambiare qualcosa in questo mondo.

domenica 16 marzo 2014

COSTRUIRE IN UN MONDO DISTRUTTO

Nehemia 1 - 2
Parole di Neemia, figlio di Acalia. Nel mese di Chisleu del ventesimo anno, mentre mi trovavo nel castello di Susa, Anani, un mio fratello, e alcuni altri uomini arrivarono da Giuda. Io li interrogai riguardo ai Giudei scampati, superstiti della deportazione, e riguardo a Gerusalemme.
E quelli mi risposero: "I superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in gran miseria e nell'umiliazione; le mura di Gerusalemme restano in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco".
Quando udii queste parole, mi misi seduto, piansi, e per molti giorni fui in grande tristezza. Digiunai e pregai davanti al Dio del cielo.
E dissi: "O SIGNORE, Dio del cielo, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e fai misericordia a quelli che ti amano e osservano i tuoi comandamenti.
Siano i tuoi orecchi attenti, i tuoi occhi aperti per ascoltare la preghiera che il tuo servo ti rivolge adesso, giorno e notte, per i figli d'Israele, tuoi servi, confessando i peccati dei figli d'Israele: perché abbiamo peccato contro di te; abbiamo peccato io e la casa di mio padre.
Abbiamo agito da malvagi contro di te, e non abbiamo osservato i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che tu hai dato a Mosè, tuo servo.
Ricòrdati della parola che ordinasti al tuo servo Mosè di pronunziare: "Se sarete infedeli, io vi disperderò fra i popoli; ma se tornerete a me e osserverete i miei comandamenti e li metterete in pratica, anche se sarete dispersi negli estremi confini del mondo, io di là vi raccoglierò e vi ricondurrò al luogo che ho scelto per farne la dimora del mio nome".
Essi sono tuoi servi, tuo popolo; tu li hai salvati con la tua grande potenza e con la tua forte mano.

Così giunsi a Gerusalemme, e, trascorsi tre giorni, mi alzai di notte, presi con me pochi uomini, e non parlai a nessuno di quello che Dio mi aveva messo in cuore di fare per Gerusalemme. Non avevo con me altra cavalcatura oltre a quella che usavo.
Uscii di notte per la porta della Valle, e mi diressi verso la sorgente del Dragone e la porta del Letame, osservando le mura di Gerusalemme, quanto erano rovinate e come le sue porte erano consumate dal fuoco.
Passai presso la porta della Sorgente e il serbatoio del Re, ma non c'era posto per cui potesse passare la mia cavalcatura.
Allora risalii di notte la valle, sempre osservando le mura; poi, rientrato per la porta della Valle, me ne tornai a casa.
Le autorità non sapevano né dove fossi andato né che cosa facessi. Fino a quel momento, io non avevo detto nulla né ai Giudei né ai sacerdoti né ai notabili né ai magistrati né ad alcuno di quelli che si occupavano dei lavori.
Allora dissi loro: "Voi vedete in che misera condizione ci troviamo; Gerusalemme è distrutta e le sue porte sono consumate dal fuoco! Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme, e non saremo più nella vergogna!"
Raccontai loro come la benefica mano del mio Dio era stata su di me, e riferii le parole che il re mi aveva dette. Quelli dissero: "Sbrighiamoci e mettiamoci a costruire!" E si fecero coraggio con questo buon proposito.

Una città distrutta, una serie di rovine. La città è simbolo di sicurezza, benessere possibilità di costruire e decidere il proprio futuro, luogo di relazioni, cultura. Una città distrutta può significare la perdita di ogni speranza, la distruzione del luogo dove sono nato e cresciuto, dove sono andato a scuola, in chiesa, dove giocavo, è la distruzione del mio passato.
Non ho vissuto in prima persona le distruzioni della guerra in Italia, ma mia madre e mio nonno hanno perso la loro case e tutti i loro averi sotto le bombe. La crudeltà e gli effetti devastanti delle guerre e dei conflitti armati che hanno interessato l’umanità hanno sempre una portata tragica sulle città e sulle popolazioni. A Novembre si è tenuto un incontro Cities Destroyed by War, a San Sebastian, in Spagna, riunisce tutte le città che sono state distrutte nei conflitti europei, dai più antichi ai più recenti, per creare una condivisione di esperienze sui processi di ricostruzione.  Diverse le città coinvolte. I rappresentanti di Granollers, Guernica, Breslavia, Sarajevo, Dresda, Milano e Madrid hanno presentato la loro esperienza di ricostruzione e riconciliazione.

Un città distrutta, per gli ebrei del tempo ancora di più tragica, Gerusalemme era il centro della presenza di Dio, dove egli stesso aveva promesso di stare sempre insieme con il suo popolo.
Gerusalemme distrutta porta il pensiero di un epoca passata, il ricordo delle promesse di Dio di benedizione, la certezza della sua presenza nel tempio e la gioia nell’offrire e nel lodare ma anche il ricordo degli impegni presi nel servire lui ed ubbidire a quello che Dio aveva detto.
Una città distrutta, testimonianza del fallimento di un progetto. In realtà è il fallimento di una vita umana, la sua incapacità di essere fedele, gli errori commessi, la mancanza di fede e la paura che porta a fare scelte sbagliate, il peccato che allontana un po’ per volta da Dio. Giorno per giorno ci si lascia imprigionare da cose che sono più importanti, non ho tempo per pregare, leggere la sua parola, condividere la mia fede nella comunità ed alla fine Dio diventa solo qualcuno a cui ci si rivolge per risolvere i propri problemi, dopo che abbiamo distrutto la nostra vita.

Il racconto che abbiamo letto non è solo la storia di una città distrutta, ma anche la storia di un uomo che ascolta la chiamata di Dio. La chiamata di Dio per lui non è stata una voce che veniva dal cielo, un miracolo o una apparizione, ma un sentimento che nasceva da dentro di lui. Dio ha molte maniere di parlarci ed a volte mette negli esseri umani un amore profondo, una passione per il prossimo, un desiderio di annunciare ancora una volta un Dio che riprende per mano il suo popolo.
Ad un certo punto Nehemia diventa consapevole di quanto sia tragica la situazione, certo lui poteva starsene tranquillo nella reggia di Susa, probabilmente era un uomo ben inserito nella società del suo tempo, un po’ come Mosè. Ma Egli si rende conto della tragedia di coloro che erano suoi fratelli e sorelle, la loro sofferenza era la sua sofferenza, la loro miseria era la sua miseria, il loro fallimento era il suo fallimento. Nehemia decide di pregare, prima di ogni cosa, identificandosi completamente con i suoi fratelli e sorelle incapaci di alzare lo sguardo a Dio ed incapaci di ammettere i propri fallimenti.
La preghiera, che senso ha la preghiera quando siamo così in disgrazia, ha certamente un senso perché coinvolge direttamente Dio nella nostra vita: non siamo più solo noi a dover decidere il nostro destino, non siamo più solo noi a dover costruire il nostro futuro, ma soprattutto la preghiera ci permette di confessare i propri errori, i propri fallimenti, la strada che abbiamo perso.
Nehemia era un uomo di amore, amore per Dio ed amore per il prossimo, amore che lo spinge a confessare errori e peccati non suoi, identificandosi totalmente con l’umanità e la fragilità delle persone che gli stanno intorno. Proprio perché anche noi non possiamo fare a meno di riconoscere la nostra fragilità umana, non siamo migliori di altri ma uniti nel peccato e nella grazia di Dio che ci libera.
Nehemia prega prima di agire, come anche noi dovremo imparare a fare, in momenti così difficili, sapere riconoscere le proprie responsabilità per tutto quello che succede intorno a noi, anche indirette, confessare il nostro peccato e quello di questa città, nazione e chiedere a Dio che possa intervenire.  Possiamo anche noi essere questi uomini e donne, possiamo cominciare a pregare perché Dio ci dia saggezza, umiltà, forza, fiducia in lui, tanto amore e volontà di donare la nostra vita.
Gesù stesso precedeva ogni sua azione per amore del prossimo con la preghiera, che era il momento in cui si confrontava con suo padre, ed insegna ai suoi figli di continuare in questa maniera. I discepoli di Gesù erano uomini che pregavano, la chiesa delle origini era una chiesa che pregava, anche noi possiamo essere una chiesa che prega con umiltà e con fiducia.


Il testo che abbiamo letto è anche la storia di una costruzione: la preghiera non può essere un rifugio dove sfuggire ai nostri problemi ed alle nostre responsabilità. Nehemia si alzò di notte e poi chiamò proprio coloro che erano nella situazione più tragica.
E’ arrivato il momento di costruire di nuovo le mura, è arrivato il momento dell’azione: c’è il momento della preghiera, in cui si chiama in causa Dio, c’è il momento del progetto, in cui si prende coscienza dei problemi e delle possibili azioni, c’è il momento dell’azione.
Tutto questo avveniva anche nell’esperienza di Gesù, il quale non è rimasto nella casa di suo padre, ma vivendo in mezzo al suo popolo comprendeva i loro bisogni, umani e spirituali, e sapeva dare delle risposte costruttive, che potevano cambiare delle vite umane.
Così dovremo essere come credenti, perché arriva il momento che siamo chiamati da Dio a muoverci per costruire qualcosa, per amore del nostro prossimo. Non possiamo essere sempre persone che vogliono ricevere e mai dare, questi uomini sapevano che era arrivato per loro il momento di ricostruire queste mura di Gerusalemme. Non avevano quasi niente, la loro vita era piena di tragedie, ma donarono il loro tempo, le loro energie, il loro coraggio, le loro forze con tanta passione.
Ora è arrivato per noi anche il tempo della costruzione, anche noi spesso ci trasciniamo dietro stanchezze, paure, senso di fallimento, errori passati, distruzione ma ora è arrivato il momento di donare noi stessi lasciando alle spalle il passato, per costruire un futuro che possa essere di benedizione per noi e per tanti altri intorno a noi e per essere un segno della benedizione di Dio.

Siamo pronti o aspettiamo che ci sia ancora qualcun altro che si muova per noi?

giovedì 13 marzo 2014

UNA VALUTAZIONE EVANGELICA DEL PAPATO


Il primo anno di papa Francesco

Com'è noto, i protestanti non soltanto non riconoscono per sé l’autorità del Papa, ma ritengono che l’istituzione del papato sia un ostacolo alla cattolicità, cioè all’ universalità della chiesa di Gesù Cristo, e che i connotati monarchici assoluti che l’hanno fin qui caratterizzata siano in aperta contraddizione con le visioni dei ministeri attestati nel Nuovo Testamento. Questo, però, è solo un aspetto della questione. I Papi e il papato della Chiesa di Roma esistono nella storia e su questo sfondo vanno valutati, senza ideologismi, senza complessi e con un senso di solidarietà fondato sulla vocazione cristiana, comune a tutte le chiese. Senza l’atteggiamento - temo assai diffuso tra noi evangelici - di prescindere dal profilo - colto nei suoi discorsi e nelle sue decisioni - di ogni Papa, per limitarsi a dire che qualunque cosa dica o faccia, il problema è che è Papa.
Tutti dicono che un anno non basta a trarre valutazioni e a fare previsioni, ma certo non si possono non cogliere motivi di interesse, scorgere novità e anche nutrire speranze.
Papa Francesco riveste la più alta carica gerarchica della Chiesa di Roma, ma ha introdotto cambiamenti che certamente non possono essere valutati come semplice cosmesi né ridotti al personale stile di un “parroco”. A fronte della novità epocale dell’ emeritazione di un pontefice, destinata ad avere ricadute inevitabili sull’ istituzione stessa, il profilo di papa Bergoglio va colto, e apprezzato, in tutta la sua rilevanza: si sono messe giustamente in luce la scelta del nome, certamente programmatico, lo stile di vita, dall’ abbigliamento alla residenza, l’immediatezza pastorale del suo rapporto con i fedeli “fratelli e sorelle”, lo stile per nulla paludato, ma diretto e franco dei suoi interventi pubblici, spesso con digressioni “a braccio”. Personalmente sono colpito dalla sostanza biblica ed evangelica (libertà, grazia, perdono, speranza …) dei suoi discorsi che ho avuto modo di ascoltare o leggere, sempre pronunciati con l’atteggiamento di chi intende riscoprire il senso della vocazione cristiana nel mondo di oggi. Penso ad esempio alla felice formulazione dell’Angelus di domenica scorsa: di fronte alle tentazioni Gesù non argomenta con Satana, ma si rifugia nella Parola di Dio. Oppure all’ immagine usata con i partecipanti al convegno ecclesiale della diocesi di Roma (17 giugno 2013): se il pastore del Vangelo lascia le 99 pecore per cercare quella perduta, le chiese spesso si limitano a pettinare e accarezzare l’unica pecora che hanno, avendo lasciato disperdere le 99 … Credo che questa aperta e serena sollecitudine per la sostanza del messaggio biblico ci debba trovare solidali … anche se viene dal Papa …
Certamente la sua elezione ha voluto essere una risposta ai seri problemi che affliggono la Chiesa di Roma e che il suo predecessore non era in grado di affrontare. Un Papa non è soltanto un predicatore o un pastore, ma su di lui incombono atti di governo. Non credo che la scelta del card. Bergoglio sia stata ingenua o che si sia ritenuto che egli stesso fosse ingenuo. E anche qui dobbiamo cogliere con attenzione e interesse – direi anche con spirito solidale – i passi che ha incominciato a muovere per la riforma della sua chiesa, che è appunto la sua e non la nostra: penso alla riforma dello IOR e alla gestione finanziaria, all’ interpellazione sui temi della famiglia, ai progetti di riorganizzazione della Curia romana, alla scelte che potrà effettuare sulla collegialità, sul ruolo dei laici, all’ impronta che ha iniziato a dare e che potrà accentuare nell‘ ermeneutica del Concilio Vaticano II.
E’ ancora presto per dire quale impronta papa Francesco darà al rapporto con le altre chiese cristiane e con le religioni, ma anche qui ciò che sappiamo del suo impegno come vescovo in questi ambiti suscita interesse. Non si tratta però solo di attendere e vedere: mentre ci stiamo preparando al Cinquecentenario della Riforma del 1517, la nostra prospettiva ecumenica nei confronti della chiesa di Roma deve essere la stessa, chiunque sia papa? La storia concreta, con le sue figure e i suoi profili, non interpella anche noi? Io credo di sì.

Daniele Garrone, professore di Antico Testamento alla Facoltà valdese di teologia


domenica 2 marzo 2014

SIAMO PRONTI AD ATTRAVERSARE IL LAGO DA SOLI?

Matteo 14.22-33


22  Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente.
 23  Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo.
 24  Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario.
 25  Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare.
26  E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «É un fantasma!» E dalla paura gridarono.
 27  Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!»
 28  Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull'acqua».
 29  Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull'acqua e andò verso Gesù.
 30  Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!»
 31  Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»
 32  E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò.
 33  Allora quelli che erano nella barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!»


La Bibbia usa più volte l'immagine della barca per descrivere delle esperienze di salvezza provate da coloro che credono in Dio.
Per esempio, al tempo del diluvio universale l'arca, che in fondo non era altro che una gigantesca barca costruita su comando di Dio, è stata un mezzo di salvezza per Noè, per la sua famiglia e per tutti gli animali dalla completa distruzione.
In una altra occasione Gesù si ritrova nella barca con i suoi discepoli, e sentendosi minacciati dalla tempesta si rivolgono a lui in Matteo 8.23: la presenza di Gesù nella barca che attraversava il lago è stata garanzia di  salvezza.
Nel brano che abbiamo letto e che prenderemo in considerazione, ancora una volta troviamo i discepoli in una barca in mezzo al mare: la situazione però era cambiata: ora erano soli e minacciati dall'improvviso cambiamento del tempo.
La barca in questo caso stava per diventare una causa di morte: perché Gesù aveva voluto che i suoi discepoli si allontanassero da soli? Perché non ha voluto che lo aspettassero? Come avrebbero potuto salvarsi dalla tempesta? Probabilmente sono queste le domande di coloro che erano nella barca terrorizzati in quel momento particolare così tragico.
Il racconto del Vangelo ci riporta questa testimonianza per insegnare ai suoi discepoli ed a noi che ascoltiamo queste parole, la necessità di compiere delle scelte nella nostra vita, senza aspettarci dei segni, ed il significato dell'avere fiducia in lui ed il senso del nostro discepolato cristiano.
La vita viene spesso descritta con immagini: il cammino, la corsa, il viaggio, la traversata.
Abbiamo visto che la barca è una tra le tante immagini che ci vengono lasciate nella Bibbia e nella tradizione per descrivere il mezzo con cui compiere questa traversata in mezzo alle difficoltà della vita, un mezzo che ci può condurre in salvo.
Diversi commentatori e teologi fin dal primo secolo hanno descritto la barca come la rappresentazione della Chiesa, che compie la sua difficile navigazione in mezzo al mare agitato del mondo: da questa antica tradizione è nata la concezione della chiesa cattolica come mezzo di salvezza “Extra Ecclesiam nulla salus” fuori dalla chiesa non c’è salvezza.
Credo che Gesù volesse allargare il senso di quanto accaduto e non limitarlo ad una concezione ecclesiastica del favore di Dio che Egli ha sempre rifiutato nelle parole e fatti.
Facendo appello alla nostra immaginazione, in effetti tutta la nostra vita è vissuta come in una barca che attraversa il lago verso spiagge non conosciute, verso una meta che talvolta ci sembra chiara e vicina altre volte ci sembra così confusa e lontana. La meta, la realizzazione di sé stessi in un rapporto di amore con Dio e con il prossimo, la redenzione (liberazione) dalla sofferenza a dalla morte e la speranza in una nuova vita nella resurrezione.
A volte ci sentiamo così sicuri del cammino che stiamo compiendo che non abbiamo paura di niente, ma in realtà questi momenti sono rari, perché nella nostra esistenza ci troviamo sempre a dover affrontare situazioni che ci mettono in crisi, che ci spingono a riflettere, a prendere delle decisioni senza sapere come andrà a finire.
La barca rappresentano per noi quei mezzi che ricerchiamo o siamo convinti che Dio ci fornisca per la nostra salvezza nei momenti più tragici della nostra vita, ciò che ci tranquillizza quando ci sentiamo minacciati dall’imprevedibilità della vita, ciò che ci fa sentire protetti in mezzo alla burrasca, ciò che ci dà una coscienza tranquilla nei confronti di Dio e nei confronti dei nostri errori e fallimenti, allontanando da noi il sentimento di paura nei confronti di un giudizio da parte di qualcuno superiore a noi (sia Dio o qualunque altro…), ciò che ci permette di andare avanti nel cammino della vita senza perderci d’animo.
Allora veramente per noi la barca può essere anche una metafora della nostra chiesa: si ritiene spesso di essere al sicuro aderendo ad una Chiesa, pregando Dio in una certa maniera talvolta illudendosi che questo Dio sia la soluzione immediata di tutti i propri problemi (dico illudendoci perché spesso questo Dio non rispetta le nostre aspettative e non ci protegge proprio come noi vorremo).
Si ci sente sicuri anche nella propria coscienza per il perdono dei peccati e fallimenti, al punto che spesso si agisce con superficialità, sia nei confronti di ciò che reputiamo sia giusto e sbagliato sia nei confronti del nostro prossimo.
Noi non cerchiamo la nostra sicurezza solo nella religione, esistono altre "barche" che ci tranquillizzano: la comunità intesa come trovare delle persone che si possano prendere cura di noi e ci aiutino a compiere il nostro cammino. La comunità è importante ma non può diventare una dipendenza emotiva che determina la nostra vita, le decisioni importanti appartengono a noi, la comunità è composta di persone che attraversano il mare insieme con noi e dove possiamo trovare persone simili o diverse da noi dove ricevere amore e dare amore.
Gesù costringe i suoi discepoli a salire sulla barca senza di lui, perché essi non devono aspettarsi segni speciali dal cielo per attraversare il lago agitato: la vita è certamente come un lago agitato, dover prendere una direzione sconosciuta spesso diventa una sofferenza ancora peggiore di starsene ad aspettare. Ma pure talvolta chiediamo a Dio di darci un segno ed egli il segno non ce lo dà, anzi ci costringe a salire sulla barca senza di lui.
Quindi la barca non è il luogo della sicurezza ma dell’imprevedibilità, non è il luogo della pace ma dell’inquietudine, la barca non porta noi stessi ma siamo noi a dover salire e remare.
La parola del Vangelo ci invita a salire sulla questa barca, ci obbliga a non restare sulla riva perché la vita ci è stata donata come un dono da vivere quotidianamente con responsabilità. Responsabilità nel compiere le proprie scelte e costruire il proprio futuro, per noi ed i nostri figli.
Ed è proprio nella barca che scopriamo che in realtà non siamo mai soli, ai discepoli impauriti dalle acque agitate e dalla paura dei fantasmi (quei stessi fantasmi che spesso ci opprimono, fantasmi di fallimenti, incertezze, paure…) va incontro Gesù che tende loro la mano. Egli va incontro a loro in mezzo al lago e viene incontro a ciascuno di noi nella quotidianità della nostra vita.
Proprio nei momenti difficili della vita possiamo ascoltare la Parola di Gesù: “Coraggio, sono io; non abbiate paura!” ed ancora quando ci sentiamo incapaci di rispondere a lui e ci sembra di affondare, ancora con tanto amore egli ci prende per mano.

Coraggio, sono io; non abbiate paura!: questa è la parola che Gesù ci dona oggi: la nostra fede non sia un rifugio per rifiutare la vita ma piuttosto una opportunità per scoprire che in ogni situazione egli non ci lascia mai soli. E quando egli interviene nella nostra vita porta veramente la pace, che non è la sicurezza di una comunità, chiesa o miracolo.

venerdì 28 febbraio 2014

IL CAMMINO DELLA LIBERTA' E DELL'AMORE E' SEMPRE PIENO DI DIFFICOLTA'



Non le era mai capitato di incontrare nessuno che le spiegasse come un uomo, man mano che si apre la strada verso la santità, scopre un po' di più la sua miseria e la sua nullità e rende soltanto a Dio quei buoni impulsi che la Grazia gli ispira non per devozione, ma poiché cede a un'evidenza. Brigida Pian seguiva il cammino inverso, rafforzando di giorno in giorno le ragioni ch'ella aveva di ringraziare il Creatore che l'aveva fatta creatura così ammirevole.
In altri tempi era stata turbata dall'aridità che aveva sempre contrassegnato i suoi rapporti con Dio. Ma in seguito ella aveva letto che Dio guida più spesso i primi passi degli esordienti fuori dei pantani, coprendoli di grazie sensibili e che l'insensibilità che l'affliggeva era il segno ch'ella da molto tempo aveva oltrepassato le ragioni di un fervore sospetto. Così quell'anima frigida si gloriava della sua frigidità, senza riflettere che in nessun momento, neanche agli inizi della ricerca di una vita perfetta, mai ella aveva provato nulla di simile all'amore e che non s'accostava al Maestro che per prenderlo a testimonio dei suoi rapidi progressi e dei suoi meriti singolari......................



..................Ma le tornavano alla mente certe parole di lui, indubbiamente ispirate dal ricordo del fanciullo perduto: « Ogni destino » egli diceva «è particolare, ed è forse un segreto della misericordiosa giustizia dalla quale noi dipendiamo, che non esista una legge universale per giudicare e condannare gli esseri umani: ciascuno di noi è un misero erede, carico dei peccati e dei meriti della sua razza, in una misura che sfugge alla nostra considerazione, libero sempre di dire di sì o di no quando l'amore del suo Dio gli passa a portata di mano; ma chi oserebbe arrogarsi il diritto di farsi giudice di tutto ciò che influisce, che pesa su questa scelta..............



..........Brigida....Ella sapeva adesso che non importa meritare, bensì amare.
Non si sottrasse alla mia allusione sugli avvenimenti passati; ma compresi che ella era distaccata anche dai suoi errori e che abbandonava tutto alla Misericordia. Alla sera della sua vita, Brigida Pian aveva finalmente scoperto che non bisogna assomigliare a un servitore orgoglioso, preoccupato di abbagliare il padrone pagando i! suo debito fino all'ultimo obolo, e che il Padre nostro non s'aspetta da noi che si sia i contabili minuziosi dei nostri meriti.

La storia di diversi personaggi rivela una tratti di una umanità che in qualche maniera ci appartiene, alcuni di noi sono come Brigida, donna che vive prigioniera della necessità di dover dimostrare a Dio qualcosa per ricevere grazia, oppure come Gianni che reagisce con un atteggiamento di ribellione alle ingiustizie e mancanza di amore, oppure come Michelina nella sua innocenza, oppure come l'Abate Calou che si dedica a cause che in apparenza sembrano perse ma a cui crede profondamente.
Il cammino della libertà e dell'amore certamente è sempre pieno di difficoltà