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domenica 16 marzo 2014

COSTRUIRE IN UN MONDO DISTRUTTO

Nehemia 1 - 2
Parole di Neemia, figlio di Acalia. Nel mese di Chisleu del ventesimo anno, mentre mi trovavo nel castello di Susa, Anani, un mio fratello, e alcuni altri uomini arrivarono da Giuda. Io li interrogai riguardo ai Giudei scampati, superstiti della deportazione, e riguardo a Gerusalemme.
E quelli mi risposero: "I superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in gran miseria e nell'umiliazione; le mura di Gerusalemme restano in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco".
Quando udii queste parole, mi misi seduto, piansi, e per molti giorni fui in grande tristezza. Digiunai e pregai davanti al Dio del cielo.
E dissi: "O SIGNORE, Dio del cielo, Dio grande e tremendo, che mantieni il patto e fai misericordia a quelli che ti amano e osservano i tuoi comandamenti.
Siano i tuoi orecchi attenti, i tuoi occhi aperti per ascoltare la preghiera che il tuo servo ti rivolge adesso, giorno e notte, per i figli d'Israele, tuoi servi, confessando i peccati dei figli d'Israele: perché abbiamo peccato contro di te; abbiamo peccato io e la casa di mio padre.
Abbiamo agito da malvagi contro di te, e non abbiamo osservato i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che tu hai dato a Mosè, tuo servo.
Ricòrdati della parola che ordinasti al tuo servo Mosè di pronunziare: "Se sarete infedeli, io vi disperderò fra i popoli; ma se tornerete a me e osserverete i miei comandamenti e li metterete in pratica, anche se sarete dispersi negli estremi confini del mondo, io di là vi raccoglierò e vi ricondurrò al luogo che ho scelto per farne la dimora del mio nome".
Essi sono tuoi servi, tuo popolo; tu li hai salvati con la tua grande potenza e con la tua forte mano.

Così giunsi a Gerusalemme, e, trascorsi tre giorni, mi alzai di notte, presi con me pochi uomini, e non parlai a nessuno di quello che Dio mi aveva messo in cuore di fare per Gerusalemme. Non avevo con me altra cavalcatura oltre a quella che usavo.
Uscii di notte per la porta della Valle, e mi diressi verso la sorgente del Dragone e la porta del Letame, osservando le mura di Gerusalemme, quanto erano rovinate e come le sue porte erano consumate dal fuoco.
Passai presso la porta della Sorgente e il serbatoio del Re, ma non c'era posto per cui potesse passare la mia cavalcatura.
Allora risalii di notte la valle, sempre osservando le mura; poi, rientrato per la porta della Valle, me ne tornai a casa.
Le autorità non sapevano né dove fossi andato né che cosa facessi. Fino a quel momento, io non avevo detto nulla né ai Giudei né ai sacerdoti né ai notabili né ai magistrati né ad alcuno di quelli che si occupavano dei lavori.
Allora dissi loro: "Voi vedete in che misera condizione ci troviamo; Gerusalemme è distrutta e le sue porte sono consumate dal fuoco! Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme, e non saremo più nella vergogna!"
Raccontai loro come la benefica mano del mio Dio era stata su di me, e riferii le parole che il re mi aveva dette. Quelli dissero: "Sbrighiamoci e mettiamoci a costruire!" E si fecero coraggio con questo buon proposito.

Una città distrutta, una serie di rovine. La città è simbolo di sicurezza, benessere possibilità di costruire e decidere il proprio futuro, luogo di relazioni, cultura. Una città distrutta può significare la perdita di ogni speranza, la distruzione del luogo dove sono nato e cresciuto, dove sono andato a scuola, in chiesa, dove giocavo, è la distruzione del mio passato.
Non ho vissuto in prima persona le distruzioni della guerra in Italia, ma mia madre e mio nonno hanno perso la loro case e tutti i loro averi sotto le bombe. La crudeltà e gli effetti devastanti delle guerre e dei conflitti armati che hanno interessato l’umanità hanno sempre una portata tragica sulle città e sulle popolazioni. A Novembre si è tenuto un incontro Cities Destroyed by War, a San Sebastian, in Spagna, riunisce tutte le città che sono state distrutte nei conflitti europei, dai più antichi ai più recenti, per creare una condivisione di esperienze sui processi di ricostruzione.  Diverse le città coinvolte. I rappresentanti di Granollers, Guernica, Breslavia, Sarajevo, Dresda, Milano e Madrid hanno presentato la loro esperienza di ricostruzione e riconciliazione.

Un città distrutta, per gli ebrei del tempo ancora di più tragica, Gerusalemme era il centro della presenza di Dio, dove egli stesso aveva promesso di stare sempre insieme con il suo popolo.
Gerusalemme distrutta porta il pensiero di un epoca passata, il ricordo delle promesse di Dio di benedizione, la certezza della sua presenza nel tempio e la gioia nell’offrire e nel lodare ma anche il ricordo degli impegni presi nel servire lui ed ubbidire a quello che Dio aveva detto.
Una città distrutta, testimonianza del fallimento di un progetto. In realtà è il fallimento di una vita umana, la sua incapacità di essere fedele, gli errori commessi, la mancanza di fede e la paura che porta a fare scelte sbagliate, il peccato che allontana un po’ per volta da Dio. Giorno per giorno ci si lascia imprigionare da cose che sono più importanti, non ho tempo per pregare, leggere la sua parola, condividere la mia fede nella comunità ed alla fine Dio diventa solo qualcuno a cui ci si rivolge per risolvere i propri problemi, dopo che abbiamo distrutto la nostra vita.

Il racconto che abbiamo letto non è solo la storia di una città distrutta, ma anche la storia di un uomo che ascolta la chiamata di Dio. La chiamata di Dio per lui non è stata una voce che veniva dal cielo, un miracolo o una apparizione, ma un sentimento che nasceva da dentro di lui. Dio ha molte maniere di parlarci ed a volte mette negli esseri umani un amore profondo, una passione per il prossimo, un desiderio di annunciare ancora una volta un Dio che riprende per mano il suo popolo.
Ad un certo punto Nehemia diventa consapevole di quanto sia tragica la situazione, certo lui poteva starsene tranquillo nella reggia di Susa, probabilmente era un uomo ben inserito nella società del suo tempo, un po’ come Mosè. Ma Egli si rende conto della tragedia di coloro che erano suoi fratelli e sorelle, la loro sofferenza era la sua sofferenza, la loro miseria era la sua miseria, il loro fallimento era il suo fallimento. Nehemia decide di pregare, prima di ogni cosa, identificandosi completamente con i suoi fratelli e sorelle incapaci di alzare lo sguardo a Dio ed incapaci di ammettere i propri fallimenti.
La preghiera, che senso ha la preghiera quando siamo così in disgrazia, ha certamente un senso perché coinvolge direttamente Dio nella nostra vita: non siamo più solo noi a dover decidere il nostro destino, non siamo più solo noi a dover costruire il nostro futuro, ma soprattutto la preghiera ci permette di confessare i propri errori, i propri fallimenti, la strada che abbiamo perso.
Nehemia era un uomo di amore, amore per Dio ed amore per il prossimo, amore che lo spinge a confessare errori e peccati non suoi, identificandosi totalmente con l’umanità e la fragilità delle persone che gli stanno intorno. Proprio perché anche noi non possiamo fare a meno di riconoscere la nostra fragilità umana, non siamo migliori di altri ma uniti nel peccato e nella grazia di Dio che ci libera.
Nehemia prega prima di agire, come anche noi dovremo imparare a fare, in momenti così difficili, sapere riconoscere le proprie responsabilità per tutto quello che succede intorno a noi, anche indirette, confessare il nostro peccato e quello di questa città, nazione e chiedere a Dio che possa intervenire.  Possiamo anche noi essere questi uomini e donne, possiamo cominciare a pregare perché Dio ci dia saggezza, umiltà, forza, fiducia in lui, tanto amore e volontà di donare la nostra vita.
Gesù stesso precedeva ogni sua azione per amore del prossimo con la preghiera, che era il momento in cui si confrontava con suo padre, ed insegna ai suoi figli di continuare in questa maniera. I discepoli di Gesù erano uomini che pregavano, la chiesa delle origini era una chiesa che pregava, anche noi possiamo essere una chiesa che prega con umiltà e con fiducia.


Il testo che abbiamo letto è anche la storia di una costruzione: la preghiera non può essere un rifugio dove sfuggire ai nostri problemi ed alle nostre responsabilità. Nehemia si alzò di notte e poi chiamò proprio coloro che erano nella situazione più tragica.
E’ arrivato il momento di costruire di nuovo le mura, è arrivato il momento dell’azione: c’è il momento della preghiera, in cui si chiama in causa Dio, c’è il momento del progetto, in cui si prende coscienza dei problemi e delle possibili azioni, c’è il momento dell’azione.
Tutto questo avveniva anche nell’esperienza di Gesù, il quale non è rimasto nella casa di suo padre, ma vivendo in mezzo al suo popolo comprendeva i loro bisogni, umani e spirituali, e sapeva dare delle risposte costruttive, che potevano cambiare delle vite umane.
Così dovremo essere come credenti, perché arriva il momento che siamo chiamati da Dio a muoverci per costruire qualcosa, per amore del nostro prossimo. Non possiamo essere sempre persone che vogliono ricevere e mai dare, questi uomini sapevano che era arrivato per loro il momento di ricostruire queste mura di Gerusalemme. Non avevano quasi niente, la loro vita era piena di tragedie, ma donarono il loro tempo, le loro energie, il loro coraggio, le loro forze con tanta passione.
Ora è arrivato per noi anche il tempo della costruzione, anche noi spesso ci trasciniamo dietro stanchezze, paure, senso di fallimento, errori passati, distruzione ma ora è arrivato il momento di donare noi stessi lasciando alle spalle il passato, per costruire un futuro che possa essere di benedizione per noi e per tanti altri intorno a noi e per essere un segno della benedizione di Dio.

Siamo pronti o aspettiamo che ci sia ancora qualcun altro che si muova per noi?

giovedì 13 marzo 2014

UNA VALUTAZIONE EVANGELICA DEL PAPATO


Il primo anno di papa Francesco

Com'è noto, i protestanti non soltanto non riconoscono per sé l’autorità del Papa, ma ritengono che l’istituzione del papato sia un ostacolo alla cattolicità, cioè all’ universalità della chiesa di Gesù Cristo, e che i connotati monarchici assoluti che l’hanno fin qui caratterizzata siano in aperta contraddizione con le visioni dei ministeri attestati nel Nuovo Testamento. Questo, però, è solo un aspetto della questione. I Papi e il papato della Chiesa di Roma esistono nella storia e su questo sfondo vanno valutati, senza ideologismi, senza complessi e con un senso di solidarietà fondato sulla vocazione cristiana, comune a tutte le chiese. Senza l’atteggiamento - temo assai diffuso tra noi evangelici - di prescindere dal profilo - colto nei suoi discorsi e nelle sue decisioni - di ogni Papa, per limitarsi a dire che qualunque cosa dica o faccia, il problema è che è Papa.
Tutti dicono che un anno non basta a trarre valutazioni e a fare previsioni, ma certo non si possono non cogliere motivi di interesse, scorgere novità e anche nutrire speranze.
Papa Francesco riveste la più alta carica gerarchica della Chiesa di Roma, ma ha introdotto cambiamenti che certamente non possono essere valutati come semplice cosmesi né ridotti al personale stile di un “parroco”. A fronte della novità epocale dell’ emeritazione di un pontefice, destinata ad avere ricadute inevitabili sull’ istituzione stessa, il profilo di papa Bergoglio va colto, e apprezzato, in tutta la sua rilevanza: si sono messe giustamente in luce la scelta del nome, certamente programmatico, lo stile di vita, dall’ abbigliamento alla residenza, l’immediatezza pastorale del suo rapporto con i fedeli “fratelli e sorelle”, lo stile per nulla paludato, ma diretto e franco dei suoi interventi pubblici, spesso con digressioni “a braccio”. Personalmente sono colpito dalla sostanza biblica ed evangelica (libertà, grazia, perdono, speranza …) dei suoi discorsi che ho avuto modo di ascoltare o leggere, sempre pronunciati con l’atteggiamento di chi intende riscoprire il senso della vocazione cristiana nel mondo di oggi. Penso ad esempio alla felice formulazione dell’Angelus di domenica scorsa: di fronte alle tentazioni Gesù non argomenta con Satana, ma si rifugia nella Parola di Dio. Oppure all’ immagine usata con i partecipanti al convegno ecclesiale della diocesi di Roma (17 giugno 2013): se il pastore del Vangelo lascia le 99 pecore per cercare quella perduta, le chiese spesso si limitano a pettinare e accarezzare l’unica pecora che hanno, avendo lasciato disperdere le 99 … Credo che questa aperta e serena sollecitudine per la sostanza del messaggio biblico ci debba trovare solidali … anche se viene dal Papa …
Certamente la sua elezione ha voluto essere una risposta ai seri problemi che affliggono la Chiesa di Roma e che il suo predecessore non era in grado di affrontare. Un Papa non è soltanto un predicatore o un pastore, ma su di lui incombono atti di governo. Non credo che la scelta del card. Bergoglio sia stata ingenua o che si sia ritenuto che egli stesso fosse ingenuo. E anche qui dobbiamo cogliere con attenzione e interesse – direi anche con spirito solidale – i passi che ha incominciato a muovere per la riforma della sua chiesa, che è appunto la sua e non la nostra: penso alla riforma dello IOR e alla gestione finanziaria, all’ interpellazione sui temi della famiglia, ai progetti di riorganizzazione della Curia romana, alla scelte che potrà effettuare sulla collegialità, sul ruolo dei laici, all’ impronta che ha iniziato a dare e che potrà accentuare nell‘ ermeneutica del Concilio Vaticano II.
E’ ancora presto per dire quale impronta papa Francesco darà al rapporto con le altre chiese cristiane e con le religioni, ma anche qui ciò che sappiamo del suo impegno come vescovo in questi ambiti suscita interesse. Non si tratta però solo di attendere e vedere: mentre ci stiamo preparando al Cinquecentenario della Riforma del 1517, la nostra prospettiva ecumenica nei confronti della chiesa di Roma deve essere la stessa, chiunque sia papa? La storia concreta, con le sue figure e i suoi profili, non interpella anche noi? Io credo di sì.

Daniele Garrone, professore di Antico Testamento alla Facoltà valdese di teologia


domenica 2 marzo 2014

SIAMO PRONTI AD ATTRAVERSARE IL LAGO DA SOLI?

Matteo 14.22-33


22  Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente.
 23  Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo.
 24  Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario.
 25  Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare.
26  E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «É un fantasma!» E dalla paura gridarono.
 27  Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!»
 28  Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull'acqua».
 29  Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull'acqua e andò verso Gesù.
 30  Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!»
 31  Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»
 32  E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò.
 33  Allora quelli che erano nella barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!»


La Bibbia usa più volte l'immagine della barca per descrivere delle esperienze di salvezza provate da coloro che credono in Dio.
Per esempio, al tempo del diluvio universale l'arca, che in fondo non era altro che una gigantesca barca costruita su comando di Dio, è stata un mezzo di salvezza per Noè, per la sua famiglia e per tutti gli animali dalla completa distruzione.
In una altra occasione Gesù si ritrova nella barca con i suoi discepoli, e sentendosi minacciati dalla tempesta si rivolgono a lui in Matteo 8.23: la presenza di Gesù nella barca che attraversava il lago è stata garanzia di  salvezza.
Nel brano che abbiamo letto e che prenderemo in considerazione, ancora una volta troviamo i discepoli in una barca in mezzo al mare: la situazione però era cambiata: ora erano soli e minacciati dall'improvviso cambiamento del tempo.
La barca in questo caso stava per diventare una causa di morte: perché Gesù aveva voluto che i suoi discepoli si allontanassero da soli? Perché non ha voluto che lo aspettassero? Come avrebbero potuto salvarsi dalla tempesta? Probabilmente sono queste le domande di coloro che erano nella barca terrorizzati in quel momento particolare così tragico.
Il racconto del Vangelo ci riporta questa testimonianza per insegnare ai suoi discepoli ed a noi che ascoltiamo queste parole, la necessità di compiere delle scelte nella nostra vita, senza aspettarci dei segni, ed il significato dell'avere fiducia in lui ed il senso del nostro discepolato cristiano.
La vita viene spesso descritta con immagini: il cammino, la corsa, il viaggio, la traversata.
Abbiamo visto che la barca è una tra le tante immagini che ci vengono lasciate nella Bibbia e nella tradizione per descrivere il mezzo con cui compiere questa traversata in mezzo alle difficoltà della vita, un mezzo che ci può condurre in salvo.
Diversi commentatori e teologi fin dal primo secolo hanno descritto la barca come la rappresentazione della Chiesa, che compie la sua difficile navigazione in mezzo al mare agitato del mondo: da questa antica tradizione è nata la concezione della chiesa cattolica come mezzo di salvezza “Extra Ecclesiam nulla salus” fuori dalla chiesa non c’è salvezza.
Credo che Gesù volesse allargare il senso di quanto accaduto e non limitarlo ad una concezione ecclesiastica del favore di Dio che Egli ha sempre rifiutato nelle parole e fatti.
Facendo appello alla nostra immaginazione, in effetti tutta la nostra vita è vissuta come in una barca che attraversa il lago verso spiagge non conosciute, verso una meta che talvolta ci sembra chiara e vicina altre volte ci sembra così confusa e lontana. La meta, la realizzazione di sé stessi in un rapporto di amore con Dio e con il prossimo, la redenzione (liberazione) dalla sofferenza a dalla morte e la speranza in una nuova vita nella resurrezione.
A volte ci sentiamo così sicuri del cammino che stiamo compiendo che non abbiamo paura di niente, ma in realtà questi momenti sono rari, perché nella nostra esistenza ci troviamo sempre a dover affrontare situazioni che ci mettono in crisi, che ci spingono a riflettere, a prendere delle decisioni senza sapere come andrà a finire.
La barca rappresentano per noi quei mezzi che ricerchiamo o siamo convinti che Dio ci fornisca per la nostra salvezza nei momenti più tragici della nostra vita, ciò che ci tranquillizza quando ci sentiamo minacciati dall’imprevedibilità della vita, ciò che ci fa sentire protetti in mezzo alla burrasca, ciò che ci dà una coscienza tranquilla nei confronti di Dio e nei confronti dei nostri errori e fallimenti, allontanando da noi il sentimento di paura nei confronti di un giudizio da parte di qualcuno superiore a noi (sia Dio o qualunque altro…), ciò che ci permette di andare avanti nel cammino della vita senza perderci d’animo.
Allora veramente per noi la barca può essere anche una metafora della nostra chiesa: si ritiene spesso di essere al sicuro aderendo ad una Chiesa, pregando Dio in una certa maniera talvolta illudendosi che questo Dio sia la soluzione immediata di tutti i propri problemi (dico illudendoci perché spesso questo Dio non rispetta le nostre aspettative e non ci protegge proprio come noi vorremo).
Si ci sente sicuri anche nella propria coscienza per il perdono dei peccati e fallimenti, al punto che spesso si agisce con superficialità, sia nei confronti di ciò che reputiamo sia giusto e sbagliato sia nei confronti del nostro prossimo.
Noi non cerchiamo la nostra sicurezza solo nella religione, esistono altre "barche" che ci tranquillizzano: la comunità intesa come trovare delle persone che si possano prendere cura di noi e ci aiutino a compiere il nostro cammino. La comunità è importante ma non può diventare una dipendenza emotiva che determina la nostra vita, le decisioni importanti appartengono a noi, la comunità è composta di persone che attraversano il mare insieme con noi e dove possiamo trovare persone simili o diverse da noi dove ricevere amore e dare amore.
Gesù costringe i suoi discepoli a salire sulla barca senza di lui, perché essi non devono aspettarsi segni speciali dal cielo per attraversare il lago agitato: la vita è certamente come un lago agitato, dover prendere una direzione sconosciuta spesso diventa una sofferenza ancora peggiore di starsene ad aspettare. Ma pure talvolta chiediamo a Dio di darci un segno ed egli il segno non ce lo dà, anzi ci costringe a salire sulla barca senza di lui.
Quindi la barca non è il luogo della sicurezza ma dell’imprevedibilità, non è il luogo della pace ma dell’inquietudine, la barca non porta noi stessi ma siamo noi a dover salire e remare.
La parola del Vangelo ci invita a salire sulla questa barca, ci obbliga a non restare sulla riva perché la vita ci è stata donata come un dono da vivere quotidianamente con responsabilità. Responsabilità nel compiere le proprie scelte e costruire il proprio futuro, per noi ed i nostri figli.
Ed è proprio nella barca che scopriamo che in realtà non siamo mai soli, ai discepoli impauriti dalle acque agitate e dalla paura dei fantasmi (quei stessi fantasmi che spesso ci opprimono, fantasmi di fallimenti, incertezze, paure…) va incontro Gesù che tende loro la mano. Egli va incontro a loro in mezzo al lago e viene incontro a ciascuno di noi nella quotidianità della nostra vita.
Proprio nei momenti difficili della vita possiamo ascoltare la Parola di Gesù: “Coraggio, sono io; non abbiate paura!” ed ancora quando ci sentiamo incapaci di rispondere a lui e ci sembra di affondare, ancora con tanto amore egli ci prende per mano.

Coraggio, sono io; non abbiate paura!: questa è la parola che Gesù ci dona oggi: la nostra fede non sia un rifugio per rifiutare la vita ma piuttosto una opportunità per scoprire che in ogni situazione egli non ci lascia mai soli. E quando egli interviene nella nostra vita porta veramente la pace, che non è la sicurezza di una comunità, chiesa o miracolo.