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domenica 21 giugno 2015

CHI E' IL FORTE E CHI E' IL DEBOLE?

Romani 15:1-13
1  Or noi che siam forti, dobbiamo sopportare le debolezze de' deboli e non compiacere a noi stessi.
2  Ciascun di noi compiaccia al prossimo nel bene, a scopo di edificazione.
3  Poiché anche Cristo non compiacque a se stesso; ma, com'è scritto: Gli oltraggi di quelli che ti oltraggiano son caduti sopra di me.
4  Perché tutto quello che fu scritto per l'addietro, fu scritto per nostro ammaestramento, affinché mediante la pazienza e mediante la consolazione delle Scritture, noi riteniamo la speranza.
5  Or l'Iddio della pazienza e della consolazione vi dia d'aver fra voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù,
6  affinché d'un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Iddio, il Padre del nostro Signor Gesù Cristo.
7  Perciò accoglietevi gli uni gli altri, siccome anche Cristo ha accolto noi per la gloria di Dio;
8  poiché io dico che Cristo è stato fatto ministro de' circoncisi, a dimostrazione della veracità di Dio, per confermare le promesse fatte ai padri;
9  mentre i Gentili hanno da glorificare Iddio per la sua misericordia, secondo che è scritto: Per questo ti celebrerò fra i Gentili e salmeggerò al tuo nome.
10  Ed è detto ancora: Rallegratevi, o Gentili, col suo popolo.
11  E altrove: Gentili, lodate tutti il Signore, e tutti i popoli lo celebrino.
12  E di nuovo Isaia dice: Vi sarà la radice di Iesse, e Colui che sorgerà a governare i Gentili; in lui spereranno i Gentili.
13  Or l'Iddio della speranza vi riempia d'ogni allegrezza e d'ogni pace nel vostro credere, onde abbondiate nella speranza, mediante la potenza dello Spirito Santo.

Essere forti o essere deboli: il mondo in cui viviamo vive sempre di questa competizione. Le scelte importanti della vita vengono determinate dalla posizione in cui pensiamo di trovarci. Non è stato forse così fin dall’inizio: la storia di Caino e Abele è proprio il primo esempio di competizione finito male. Caino che si sente inferiore, sotto certi punti di vista, rispetto a suo fratello che ha ricevuto benedizione ed approvazione da Dio non fa altro che eliminarlo.
La storia dell’umanità anche recente testimonia di questa lotta per l’affermazione di sé stessi, dimostrare di essere più forti, confrontandosi con altri: nella politica, nell’economia: non è forse vero che tutto questa competizione ha sempre generato e genera guerre, uccisioni, dimostrazioni di potenza.
Ma se guardiamo un po’ anche nel piccolo della nostra quotidianità, anche la nostra vita è nutrita fin dall’infanzia da questo spirito di competizione: in famiglia, a scuola, con gli amici si impara a lottare per essere il più forte o il migliore.
E poi le scelte della vita sempre orientate per dimostrare di essere più forti e non deboli, nessuno vuole sentirsi dalla parte del più debole ed allora spesso si disprezza il prossimo, mors tua vita mea, un antico proverbio che testimonia la triste realtà dei nostri rapporti umani. E c’è chi gioca con queste paure di debolezza per determinare scelte politiche che provocano ancora di più sofferenza.
Anche le chiese non sono esenti da questo spirito di competizione: comunità che ritengono di essere migliori di altre e nella forza della loro verità accusano altre comunità. La storia della chiesa è piena di lotte di religione. Si è sempre guardato con sospetto chiunque minaccia l'ortodossia ed allora nei secoli si è preferito distruggerlo. Ancora oggi avviene così, comunità cristiane frammenatte che non sono capaci di parlarsi ed ascoltarsi per paura di essere assorbite da altre comunità o di perdere la purezza della propria fede, comunità che si sentono più forti delle altre e disprezzano le altre, credenti che si giudicano gli uni gli altri senza amore e senza rispetto.
Anche all'interno delle comunità stesse spesso emergono situazioni conflittuali, nascoste da parola come “quello che penso è vero, la mia interpretazione della scrittura è l’unica vera” oppure da comportamenti ed atteggiamenti per rimarcare la propria diversità da coloro che sono “peccatori”. Comunità di persone che sono chiuse nella loro religiosità e che escludono chi non è come loro, oppure in cui persone esterne fanno fatica a farsi accettare.

Credo che così doveva anche essere nella chiesa delle origini, nata dalla opera di Gesù, dalla discesa dello Spirito a Pentecoste e dalla predicazione degli apostoli.
Perso il primo entusiasmo ed cominciano a nascere le prime controversie, e Paolo nella lettera ai Romani ne affronta diverse con la stessa matrice: chi può considerarsi giusto? Chi è il più santo. Chi merita di essere considerato cristiano? Tra tutte le religioni, cosa ci fa sentire migliori e forti? L’osservanza di una tradizione antica ebraica? La severità della condanna del prossimo?
In tutta la sua lettera alla comunità di Roma Paolo mette in evidenza la tragica situazione di peccato in cui tutti gli uomini e donne si rovano, a prescindere dalla religione, dall’osservanza, dalla tradizione in cui si vive, in un certo senso Paolo testimonia la profonda debolezza dell’essere umano.
Il testo che abbiamo letto sembra quasi una provocazione: chi è veramente forte e chi è veramente debole? Paolo invita i credenti ed anche noi ad uscire fuori da questi schemi che determinano i rapporti umani nella vita e soprattutto nella comunità.
E’ un invito forte questo di Paolo: non pensare a compiacere te stesso con la tua forza, con la tua sapienza, con la tua santità, con la tua religiosità. Non compiacere te stesso ma pensa al tuo fratello e sorella che cammina con te nella stessa comunità.
Paolo parla di sopportazione, perché è consapevole che ci sono delle abitudini, dei modi di essere, dei comportamenti che ci portiamo dentro dalla nascita e talvolta è difficile accettare un’altra persona così diversa da noi.

Ma la parola sopportare in italiano non rende l’espressione che usa Paolo, Paolo non afferma che dobbiamo cambiare il nostro prossimo ma che dobbiamo “portare, sostenere” le debolezze deboli.
Ma se in realtà siamo tutti “deboli”, la parola è una provocazione di Paolo che invita i credenti ad impostare i loro rapporti all’interno della comunità sull’edificazione reciproca.
Edificazione che vuol dire crescita reciproca, maturazione reciproca, come persone e come comunità. Edificare è l’azione che compie il muratore quando costruisce una casa, mette le fondamenta, poi costruisce i muri fino al completamento dell’edificio.
Abbiamo cominciato a studiare la 1 Corinzi, una comunità con problemi simili, ed anche in quella lettera viene usata la metafora dell’edificio che cresce. Cresce attraverso il contributo di ognuno, cresce attraverso l’accoglienza reciproca, l’ascolto reciproco della sua Parola, cresce attraverso la volontà di camminare insieme nonostante le diversità, cresce attraverso la condivisione dei doni reciprochi.

Il testo che abbiamo letto ripete diverse volte la parola “speranza”, perché il cammino della crescita insieme si completa nella fine dei tempi, nella presenza di Dio, mentre in questa terra ogni giorno dobbiamo dare noi stessi gli uni agli altri, ogni giorno possiamo decidere di affidarci al Signore che sé la sola nostra forza e costruire una comunità di credenti capaci di non guardare con sospetto, condanna il fratello o sorella che cammina accanto a noi, ma piuttosto crescere insieme con pazienza ed amore.
Il tutto affinché il nome di Dio sia glorificato con un solo animo ed una sola bocca, perché questo è il senso della Chiesa: dare gloria al Signore per la sua grazia ed il suo amore per noi.

Past. Enrico Reato